Un'Antichissima
Badia di Basilicata: "San Lorenzo in Tufara"
Sopra una bella collina, lieta di aere sereno e salubre, a 754 metri sul
livello del mare e ad un miglio discosto da Pescopagano vi è una
grandissima chiesa (Cronaca conzana, cap. I, disc. li, fol.
13) con molte habitazioni et una bellissima torre, che anticamente
era fortezza fatta in tempo che vennero li baroni in Regno; conforme
appare da alcune iscrizioni antiche poste sulla porta et il campanile
registrate nella visita di Monsignor Pescara: ReIulil eiiam quod
iemplum prediclae ecclesiae conflagratum fuji tempore quo Barones
veneruni in Regnum, ei conflagratis signa appareni in columnis lapideis
iribunam subsiineniibus ei quod campanile erai iurris veiusta et refecia
a R. Caesare Jesualdo Archep. Compsani, qui Abbas Caesar fuji postea
episcopus Moiulensis ,, (1)
Questa Badia, fondata nell’XI secolo, sotto il Normanno Roberto
Guiscardo, venne soppressa verso il principio del secolo XVI da Leone X;
e il beneficio, dopo varie vicende e pretese dell'Arcivescovo, della S.
Sede e del Marchese di Pescopagano, fu dichiarato finalmente di
Padronato Regio mediato, e, per effetto dell’abolizione della feudalità,
devoluto alla Real corona, in nome e vantaggio di cui l'Amministrazione
riscuote oggi il canone di ducati novanta, in cui fu commutata la decima
sul prodotto del feudo abbaziale (1).
Ma sento la voce di Antonio Rinaldi, che mi rivolge questa domanda. A
chi apparteneva il territorio della Badia? Ed io, con le stesse parole
sue, rispondo. Al più grande dominatore di quei luoghi, al Conte o
Principe o Castaldo di Conza; e da lui l’acquistarono i Benedettini.
Sottratto così quel territorio al dominio del Conte, questi non poté
esercitarvi alcun diritto di Signoria feudale, che, ove sorgeva una
Badia, il diritto signorile spettava all’Abate. Ma, distrutto il
monastero dai terremoti, il Conte di Conza non riprese più il possesso
di quelle terre, perché, essendo divenute della Chiesa, dovevano a lei
spettare. Quindi ne divenne Signore e Feudatario l’Arcivescovo di Conza.
Nel 1200, dopo la soppressione del Monastero, il papa Innocenzo III lo
considerò qual beneficio di libera collazione, e lo conferì in commenda
all'arcivescovo Pantaleone; perché le chiese e i monasteri
commendabaniur dal pontefice ai conti o duchi per assumerne la
protezione e percepirne le rendite. Con Bolla dunque spedita nel
novembre del 1200 all’Arcivescovo di Conza Pantaleone, nell’enumerare le
Chiese e le Parrocchie della sua giurisdizione si trovano menzionate:
Abbaiiam S. Laurentii de Topharcz, Maurellum,
Peirampaganam, S. Antoninum Petraepaganae eic.:
“ Ui quascumque
possessiones, quaecurnque bona eadem ecclesia fn praesenliarum jtiste ei
canonicae possidei... firma iibi iuisque successoribus ei illibata
permaneant. In quibus haec propriis duximus exprimenda vocabulis
Abbaiiam Sancii Laureniii de Tophara etc.
(I) Sulla porta principale di entrata nella chiesa si legge:
Caesar Jesualdus Sacellum cum conflagravissel Laurentio Martyri
restituii sartumque et tectum praestitit 1543.
(I) Colla legge del 15 agosto 1867 furono assegnati soltanto ducati
40 (lire 170) ad un cappellano (investito) per celebrarvi la messa nel
giorno della festa, che cade il 10 agosto.
Nel 1472 la Badia di Tufara fu conferita in commenda col diritto della
decima (omnes introitus tam vini, frumenti, hordei, lini, leguminum e;.
omnium frugum) all’Abate Malitia Gesualdo.
Trascrivo ora l'iscrizione situata nell’interno della Chiesa (sulla
porta principale di entrata), in cui si leggono i nomi di tutti gli
Abati di casa Gesualdo:
MALITIA EPISCOPUS RAPOLLENSIS
CAMILLUS ARCHIEPISCOPUS COMPSANUS
CAESAR EPISCOPUS MOTULANUS
ARCHIEPISCOPUS COMPSANUS (I)
ASCANIUS PATRIARCA COSTANTINOPOLITANUS,
ARCHIEPISCOPUS CARENSIS ET CANUSINUS
GESUALDI
ECCLESIAE HUIUS ARRATES ET BENEFACTORES
QUORUM PRIMUS ANNO 1472 (2), SECUNDUS 1530
TERTIUS 1534, QUARTUS 1551
POSTREMUS 1601 FUERE
NE NOMEN QUOD PRAECLARA VIRTUS KUIUSQUE SERVAVERAT
LAI1ENTE AEVO INTERCIDERET
ALOYSIUS OESUALDUS
PATRUIS AC SUPERSTITI FRATRI PRAEDLCESSORISUS
ANNO SUI ASBATIATUS XVII
MEMORIAM POSUIT
POSTERI ABEATISUS LT GENTILISUS COMMENDAVIT
A. O. MDCXXXI.
RAIMUNDO GESUALDO ECCLESIASTICO LT MILITARI ~RDINE ANTIQUO RUBORUM (*)
DOMINATU [CLARO AD ALPHONSUM I REGEM DEVOLUTO
ANNO 1453 LELLICA OH MERITO EECUPERATO
AB INNOCENTIO VIII PONT. MAX. ANNO 1488
IN S. LAURENTII AHHATEM COOPTATO
UT INTER GENTILES HUIUS ECCLESIAE AEBATES
ET DEFENSOHES MEMORETUR
ALOYSAUS GESUALDUS NEPOS
SEPTIMUS FAMILIARIS ABHAS
ANNO POST 144 POSUIT.
(*) Rubiorum città dell’Apulia. ora Ruvo.
Facevano pure parte della Badia di Tufara le due Grancie (francese
grange) (3) di Andretta e Calitri, da cui furono poi distaccate nel
1633. Verso il principio del secolo XVIII vennero queste novellamente
riunite al beneficio maggiore di Tufara, concedendosi in commenda al
Cardinale Pier Luigi Carafa di Belvedere. Morto questi, con Bolla 16
giugno 1756, ne fu investito monsignore Pietro Panphily Colonna
in spiritualibus et temporalibus.
Il marchese D’Andrea, succeduto poi ai Gesualdo, si oppose, perché il
diritto di nomina spettava a lui; e la Curia del Cappellano Maggiore,
con sentenza degli 11 gennaio 1762, ritenne il Regio Patronato mediato
annesso al feudo di Pescopagano e quindi il diritto di nomina al Barone.
Ecco il dispositivo della sentenza: Constare abbaiiam S. Laurentii in
Tufara Terrae Petrae Paganae esse de Regio jure patronalus mediaio et
adnexo feudo Peiraepaganae, idemque jus competiisse et competere Baroni
eiusdem feudi; ac proinde, retentis Bullis pro eodem Abbatia expeditis
favore praed. Reve. D. Petri Pamphily Colonna, manuteneatur et quatenus
opus, rediniegretur modernus Ill.mo Marchio dic. Terrae, eiusque in
feudo successores - in possessione, seu quasi, juris nominandi et
praesentandi ad supradictam Abbatiam S. Laurenuii in Tufara personam
idoneam, toties quoties casus vocationis occurrerit, donec idem feudum
in beneficium R. Curiae non devolvatur; nec non describatur eadem et
Abbatia in libris nosirae Curiae inter Ecclesias Regii juris patronatus
feudalis
(1) Destini per la Chiesa di S. Lorenzo due frati conventuali:
Fra Francesco Errico da Pescopagano e Fra Tommaso da Ruvo.
(2) NeI 1488 fu Abate Raimondo Gesualdo, come dalla riportata
iscrizione.
(3) Grancia e gròngiò valgono fattoria, casa di
campagna con poderi ( PETROCCHI, Dizionario universale della lingua
italiana, 1908.)
Circa l’origine dalla Chiesa, riporto qui una vecchia
iscrizione, una volta situata sulla porta laterale di comunicazione col
Monastero, e rinvenuta nelle macerie fra i rottami:
ROBERTI REGIS AT (1)
LEONIS TEPORIIì. haec
Ecclesia
AEDIFICAT. FVIT. Al,l,as ille
Monasterum
FECIT LAVS cuius est probiiaTE
MINOR docta manu muROS
studiosissimus Franciscus si Paulus
fec2runl. Mater di gratia ora pro nobis.
La mancanza d’una data nell’iscrizionie dette luogo al grave
litigio tra Barone e Arcivescovo sul diritto di dominio della Badia.
Ma il Lupoli nel suo Synodus Compsana et Campaniensis, MDCCCXXVII,
riportando la medesima iscrizione, la fa precedere dall’anno MILLESIMO
CENTESIMO, quando era Arcivescovo di Conza un tale Leone (1081-1103,
Ughelli, I. 5., t. 6) e Pontefice Gregorio VII (1073-1085) (2).
La qual cosa sebbene a primo aspetto sembri erronea, essendo già morto
Gregorio VII; pure si spiega facilmente, sapendosi che le fabbriche,
iniziate nel 1081, furono portate a termine nel 1100, quando era ancor
vivo l’Arcivescovo Leone.
Ma a qual Re Roberto alluderebbe poi l’iscrizione?
Il Pescara e il Castellano, riportandosi all’anno 1320, vogliono fondata
la Chiesa e il Monastero sotto Roberto d’Angiò (1309-1343), senza
riflettere che mancherebbe allora il nome dell’Arcivescovo, essendo
stato eletto nel 1310 alla sede conzana un Dionisius de Valva (3).
Come dunque conciliare queste date?
li vocabolo Rexregis sta qui per signore, dàminatore e principe
allora di queste contrade ( perché Duca di Puglia, di Calabria e
Principe di Salerno ) Roberto Guiscardo, aspirante a Re d’Italia.
Il Duomo di Salerno fatto edificare da lui, e solennemente consacrato da
Gregorio VII sta lì a testimoniare pure l’avvenuta pace fra loro; e ivi
si conservano oggi le ceneri di questo Pontefice, che fu il più grande
rivoluzione del medio evo, e il più forte sostenitore dei diritti della
Chiesa contro le usurpazioni dei potentati stranieri (1).
Nell’inventario Bardaro dei manoscritti dell’Archivio di Conza (come
dalla visita di Monsignor Pescara, fol. 17) si leggono ancora due
istrumenti in pergamena:
I. Della donazione della Chiesa di S. Potito nel casale di Ilicito
fatta al Monasterio di S. Lorenzo della Tofara per Beigara Contessa, la
Signora Iletta et Ionata Conte di Conza, sub die S martiis 1160 sub
signo 5. L.
U. Donationis facta Monasterio Santi Laurentii in Tofaria per Rosatam
filiam Ioannis Campanariis de Caletro de voluntate Comitis Ionata sub
anno Domini 1160 sub signo S. L.
Da questi due istrumenti e dalla Bolla di Innocenzio III, si scorge
chiaramente che esisteva già prima del 1320 il Monastero, e per
conseguenza la Chiesa; perché, si può immaginare una Chiesa senza
monastero, non già un monastero senza la Chiesa (1). Che sia stata
questa più e più volte rifatta pei continui terremoti ivi avvenuti, ne
convengo; perché si vede dai rottami di ogni genere; come pezzi di
cornici, di colonne, di capitelli che servirono poi di materiale nella
ricostruzione dei pilastri e delle mura laterali alla navata di mezzo.
Ma ciò non toglie a darci un’idea dell’architettura di quei tempi, come
lo dimostrano ad evidenza la pianta bellissima della Chiesa e i
capitelli dell’arco trionfale, che ne conservano ancora il carattere
monumentale
(1) Antistitis.
(2) Leo anno 1081 in Compsana Archiepiscopali cathedra sedit,
Christianos fasces tenente Gregorio VII. Fluius memoria in litterato
marmore habetur ad Ecclesiam S. Laurentii in Tophara extra moenia Petrae
Paganae ,,. Op. cit., pag~ 2921
(3) II CASTELLANO, lib. I, cap. IV, dis. I, fol. 27 al n. XV
dell’elenco degli Arcivescovi di Conza.
(1) Il Guiscardo divenne poi carissimo a Gregorio VII, essendosi
dichiarato per le nuove conquiste tributario della Santa Sede.
Nel 1084 libera il Pontefice in Roma contro gl’imperiali di Errico IV,
menandolo seco a Salerno, ove nel maggio 1085 si mori in esilio.
Due mesi dopo ( Il luglio 1085 ) moriva pure il Guiscardo in Cefalonia.
Verso la fine del IX secolo si diffuse l’architettura lombarda coi
monaci benedettini, capitanati da P. Guglielmo d’Ivrea, in cui l’asse
maggiore delle chiese era in direzione da occidente ad oriente; e
l'altare situato in modo che il sacerdote, durante la celebrazione della
messa, avesse la faccia rivolta là ove nacque e mori Gesù Cristo.
(I) L’Arcivescovo Giacomo, eletto nel 1263, ritornando dal
pellegrinaggio di Gerusalemme, come sacra reliquia di quei luoghi
memorandi, portò una valigia piena di terra, di cui una parte fece
mettere nel lato sinistro della Cappella delle tre Marie eretta in S.
Lorenzo di Tufara: Reverendissimus bonae memoriae Dominus lacobus
Archiepiscopus Compsanus in latere sinistro Cappellae trium Mariarum
intra Ecclesiam S. Laurentii de Tophara p~ram de terra Acheldemach
posuit quam attulit ab Hierusalem alteramque peram in Ecclesia
Mstropolitana ,,. LUPOLI, Synodus Compsana ei Campuniensis.
MDCCCXXVII.
Ecco tradotto in queste vecchie fabbriche il pensiero predominante di
quei tempi e che poi si svolse e produsse i suoi effetti, con Pietro
l’Eremita, al grido unanime di: Iddio lo Vuole! Iddio lo Vuole!
(1).
Dell’Abbazia non rimangono ora che le reliquie delle rovinate abitazioni
claustrali e la Chiesa. Questa è formata dalla navata principale (spazio
ove si radunano i fedeli), dalla navata trasversale e dal coro
(presbiterio); manca la cripta. Una doppia fila di pilastri, uniti fra
loro con archi, divide la navata principale in tre parti, delle quali la
centrale, o navata di mezzo, è larga il doppio delle laterali. I muri
delle navate laterali sono forniti di finestre a forma di feritoie per
non far passare molta luce; ciò che dà all’ambiente una religiosa
malinconia. Due finestre, che danno nella navata trasversale, sono più
larghe e basse, e terminate superiormente ad arco di circolo. Il muro
esterno che le racchiude è tagliato a sghimbescio.
La divisione tra il quadrilungo e il presbiterio od abside è formata,
come nelle basiliche cristiane, dall’arco trionfale, in cui si osservano
i due capitelli di stile lombardo detti innanzi. La navata centrale è
coperta con un tetto a due falde, mentre quelli che coprono le navate
laterali sono ad una falda sola.
La prospettiva presenta tra la porta e il comignolo quell’ornamento che
chiamano rosa; specie di ruota formata di colonnette a raggi,
raggiunti da un centro comune, uniti insieme con archi e contenuti in un
cerchio. Quésta rosa, detta pure rosa di S. Caterina,
s’aggiunse alle antiche chiese lombarde; quasi a darci l’immagine del
sole che tramonta!
La Chiesa, come vedesi, non ha alcun pregio architettonico; ma la nostra
generosità non vien meno all’intendimento di mantenere le cose antiche,
e di vestire le nuove con la gloria dell’antichità.
Dovunque sorgeva un’Abbazia, si popolavano i dintorni di agricoltori,
quasi per mettersi sotto la protezione dei Padri contro le invasioni dei
barbari, che venivano per tutto saccheggiare e distruggere. E a misura
che la popolazione cresceva, sorgevano villaggi, casali e poi
gualchiere, tintorie, tiratoi, mulini, indispensabili ai comodi della
vita (2).
(1) La prima crociata fu bandita in un Concilio a Clermont Ferrand da
Urbano II nel 1905. Il francese Pietro l’Eremita ne fu il banditore.
Ma Gerusalemme troppo lontana e presto é perduta: ebbene, ogni gente se
ne fa una in casa. SETTEMBRINI, L. I., v.
(2) Nel 1631 l’Abate Luigi Gesualdo vi fece costruire pure un mulino
e la gualchiera.
ALOYSIUS GESUALDUS ARIIAS S.
LAURENTII
FRANCISCUS GESUALDUS DOMINUS PETRAEPAGANAE
AD COMMUNE ABBATIAE ET BARONIAE REDDITUM AUGEMENTUM
POPULI COMODITATEM FACILIOREMQUE USUM
FICOCCHIAE AMNIS AQUAS FONTESQUE SEMPER VIVAS COLLEGERUNT
DE PHEUDALI AQUA IN ECCLESIASTICO FUNDO
MOLENDINUM ET GUALCHERIAM
URBANO VIII PONI. MAX. PHILIP. IV REGE CONSENTIENTIBUS
COMMUNI AERE
FUNDARUNT, EREXERUNT, CONSTRUXERUNT
A. O. MDCXXXI.
Ma era già popolata quella contrada quando sorse
la Badia, perché esistevano già i casali di Tufara e di S. Martino; in
modo che non dovettero lavorare gran fatto quei monaci, per richiamare
altra gente alla coltivazione dei campi e alla dissodazione di quelle
terre su cui stabilirono il loro dominio.
“La massima obbligatoria del lavoro, in mezzo al generale abbandono, e
in tempi di guerre sterminatrici, fece sì che dovunque le colonie di S.
Benedetto rizzassero un altare o un monastero, ivi le terre dissodate,
prosciugate e irrigate diventavano giardini (Conti, Religione ed
Arte).
Ed era un giardino quella contrada, ricca di acque e di aria serena e
salubre, diretto il lavoro dei campi da quei Padri operosi, industri.
Esempio di operosità e di fede quel monastero! E nell’inverno rigido,
quando la neve copriva tutta intera quella contrada, era pure di rifugio
e di asilo al viandante. Simili al mare erano i monasteri allora;
perché, mentre quello riceve acqua da tutti i fiumi per distribuirla poi
in pioggia fecondatrice alla terra, questi ricevevano l’elemosina e la
dispensavano agl’infelici abbandonati che si morivano di fame.
E Fra Galdino del Manzoni: “Noi siamo come il mare, egli dice, che
riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi
,,. E ora?
Il bronzo più non chiama alla preghiera sotto l’abside eccelsa il
cenobita!
ZANELLA FRANCESCO PAOLO LAVIANO
tratto da da: La Basilicata nel Mondo -
1924-1927